Ritardo Made in Italy

Marta Fracas Mercati Finanziari

Oscar Wilde con il suo celebre aforisma denuncia l’impatto cruciale che i cosiddetti ritardatari hanno sul resto della società “puntuale”: la derubano di tempo prezioso.

Le conseguenze? Uno spreco inutile di ore, minuti, secondi preziosi di potenziale produttività nonché la generazione di sentimenti di stizza, irrequietezza, frustrazione generali.

L’Italia è forse uno di questi “Ladri di Tempo”?
Si potrebbe definirla meglio una lagnosa eterna seconda alla continua rincorsa di tutti gli altri. La forma mentale del Bel Paese risulta strutturalmente incapace di stare al passo con i tempi, ma puntuale e costante nel lamentarsene, perciò, malgrado vi sia coscienza dei settori e degli ambiti da riformare, subentra un’inerzia incontrastabile.
L’orologio italiano non ha perciò effettuato il cambio dell’ora neppure sull’argomento core dell’ultimo decennio: L’Economia Digitale.
Lo sviluppo del settore wireless, mobile e di nuovi contenuti e soluzioni Ict sono stati i veri vincitori della crisi. Perché definirli vincitori e non semplicemente dei “sopravvissuti”? Perché malgrado il periodo infausto sono riusciti non solo a rimanere a galla ma a registrare un boom in termini sia di domanda che di offerta, tali da rappresentare addirittura il principale driver di crescita per paesi emergenti come l’India (che fa registrare un tasso annuale di crescita nel settore del 35%) o l’Africa sub-sahariana (dove si è passati, tra il 2010 e il 2013, da 14 a 117 milioni di persone connesse via mobile).

La rivoluzione scatenata dal digitale, come tutte le più grandi rivoluzioni ha sconvolto l’equilibrio sociale ed economico di tutti i paesi che l’hanno sperimentato.

L’Harvard Business Review insieme alla Fletcher School presso la Tufts University hanno ideato un sistema per indagare le dinamiche di tale successo: il DEI (Digital Evolution Index) un indice che intende misurare la reazione di 50 Paesi al fenomeno Economia Digitale. In particolare il punteggio assegnato a ciascuno permette la classificazione in 4 “zone di traiettoria”:

-Stand Out (paesi con alti livelli di sviluppo digitale passati e futuri);

-Stall Out (paesi che hanno toccato picchi di eccellenza ma rischiano di perdere quota nell’immediato futuro);

-Break Out (presenza di un grosso potenziale ancora in latenza);

-Watch Out (punteggi bassi con alcune aspettative di miglioramento in alcuni ambiti se adeguatamente valorizzati).

Proviamo a indovinare il ranking italiano? Con la conquista del 38° posto della classifica, l’Italia si afferma come irrimediabile Watch Out, che paradossalmente non risente di una mancanza di domanda e quindi di cultura digitale, come paesi quali l’Indonesia, il Kenya o la Nigeria, ma soffre la grave assenza di offerta. Le infrastrutture e la logistica concernenti il settore risultano ancora limitate e insufficienti, manca la propensione a creare sinergie tra pubblico e privato, ma soprattutto sembra essere ancora lontana la completa realizzazione dell” ’Internet delle cose” prospettata alcuni anni fa. Con tale espressione si intende la convergenza tra il mondo reale e quello virtuale attuabile solo con la costruzione di un nuovo ecosistema in cui protagoniste sono le “context aware applications” o applicazioni coscienti del contesto, che si fondano sull’interazione con il consumatore.

In tal senso il muro più imponente da abbattere è convincere gli operatori Tlc dell’obsolescenza del sistema di consumo tradizionale fondato su voce e dati, nonché della necessità di ampliare la copertura e migliorare la qualità delle reti a banda larga (che conta un ritardo stimabile in tre anni di mancato sviluppo rispetto al resto d’Europa).

Sembra che vi sia consapevolezza sul fatto che il mondo legato a smartphone, e-reader, tablet e ecommerce sia il traino attuale dell’economia ma a ciò non corrisponde ancora la capacità di gestire una tale irruenza tecnologica nonché di trarne i rispettivi ricavi.

La monetizzazione del traffico e la saturazione delle reti Tlc risultano quindi i primi ostacoli da saltare per colmare il cosiddetto Spread Digitale, che secondo il Censis ci costa quasi 3,6 miliardi l’anno. Dopotutto sono i dati dell’Ocse a testimoniare che il settore ICT è la fonte di valore aggiunto e la maggiore garanzia di sopravvivenza che hanno oggi le imprese. Tuttavia il lato risorse umane risulta ancora non sufficientemente formato per poter lavorare in questo nuovo contesto (oltre il 60% dei lavoratori non hanno adeguate competenze tecnologiche) e questo riflette un altro deficit del Paese che è necessario colmare.

La rimonta nella scalata verso la meta della crescita significa riconfigurare obiettivi e valori attuali, quindi ANCHE reinterpretare in chiave moderna gli input che la nostra Carta Fondamentale ci offre; Così ha fatto il Presidente della Repubblica Mattarella nel suo discorso di Insediamento:

“Garantire la Costituzione significa promuovere la cultura diffusa e la ricerca di eccellenza, anche utilizzando le nuove tecnologie e superando il divario digitale.”

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About the Author

Marta Fracas

Marta Fracas è studentessa del Corso di Laurea in Economia Aziendale e Management all'Università Bocconi. Coltiva da sempre la passione per il giornalismo che ha portato avanti con la partecipazione attiva ai Giornali scolastici del Liceo e dell'Università. Nutre particolare ammirazione e interesse per la cultura e la lingua tedesca ed è incline a vivere esperienze internazionali. Per la sua voglia di sperimentare è alla continua ricerca di nuovi stimoli professionali e personali.

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