Petrolio, il pozzo che si tramuta in miniera

Marta Fracas Commodities, Paesi

Un campo sempre più fertile. Al momento l’offerta globale di greggio ha raggiunto quota 1,5-2 milioni di barili al giorno e non sembra accennare ad incrinarsi. Questo è quanto confermano gli ultimi dati all’alba del vertice OPEC del 5 giugno.
La dialettica tra i 12 paesi estrattori si fa sempre più vivace e sembra non tendere mai ad un punto di equilibrio. Si assiste da più di 40 anni ad un moto spasmodico fatto di rincorse, accelerazioni e frenate, dove le regole del gioco sono un complesso dinamico che detta le sorti del 35% del greggio mondiale.
Attualmente la diatriba si incentra attorno allo sbilanciamento strutturale sul lato dell’offerta dell’oro nero. Scavare alla ricerca delle radici del problema non risulta poi così complicato. Si tratta di una primigenia quanto fondamentale mancanza di coesione fra i paesi aderenti, che rende la prospettiva di un accordo sulla riduzione dell’offerta utopica. Tuttavia è da sottolineare il fatto che permane una mancanza di assorbimento di quanto prodotto, come effetto collaterale della crisi 2007-2008 (ancora nel 2014 il tasso di crescita percentuale della domanda resta vicino allo zero).
Sul lato della produzione gli incrementi in termini di efficienza ed efficacia estrattiva hanno portato i loro frutti: Aggiudicarsi ogni angolo libero sul pianeta diventa scopo primario per il quale sono brevettate di continuo nuove tecniche che non smettono di spiazzare i concorrenti. Dopo il primo shock petrolifero, i costi di finanziamento per la ricerca e la produzione di petrolio sono triplicati. La sete di oro nero ha portato alla creazione del sistema di pad-drilling (tecnica per perforare più di un pozzo contemporaneamente) nonché del celeberrimo fracking che ha liberato litri di shale oil (il petrolio prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso) negli Stati Uniti. Non a caso l’America oggi rappresenta il 10% dell’offerta mondiale e punta a limitare sempre più le importazioni. Si tratta del cosiddetto Ratchet effect, ovvero l’efficienza energetica aumenta all’aumentare del prezzo del petrolio. D’altro canto non vale l’effetto contrario perciò lo sviluppo della tecnologia e dell’innovazione non diminuisce se scende il prezzo.
Sono orientati verso questa seconda via Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Quatar per cui l’Arabia Saudita gioca da capofila: in particolare quest’ultima vanta 10,3 milioni di barili al giorno e come ha recentemente ribadito non intende perdere quota di mercato e quindi diminuire l’offerta. Sembra tuttavia da dover archiviare l’ipotesi di un abbassamento dei prezzi poiché sacrifici economici insostenibili peserebbero sulle spalle di paesi che a mala pena riescono a coprire i costi di produzione come Iran, Venezuela e gli stessi Russia e Usa. L’Iraq si è messo ufficialmente alla rincorsa della capofila Arabia Saudita grazie all’accordo siglato in dicembre con i rappresentanti curdi, il quale gli consente un aumento delle vendite attraverso la Turchia. La mossa strategica è quantificabile in un amento del 26% delle esportazioni di greggio nonché di 3,75 milioni di barili attesi nei prossimi mesi. Ma cosa spinge i paesi OPEC a non ridurre l’offerta, anzi addirittura a moltiplicarla? L’aria di tensione che si respira sul mercato è legata strettamente alla rimozione delle sanzioni ONU all’Iran a seguito dell’accordo sul nucleare. La prospettiva che Teheran ritorni al regime di produzione passato sconcerta i concorrenti inducendoli a rafforzare le proprie quote di mercato.
Risulta inoltre decisamente interessante il punto di vista finanziario. E’ diffusa ormai la tendenza ad associare in una relazione inversa le sorti del petrolio a quelle del dollaro. Gli ultimi dati confermano che per il 63% del tempo la moneta americana e l’oro nero si sono mossi in maniera speculare.

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Questo dà adito alla tesi per cui la discesa del dollaro porterebbe con sé il boom dei prezzi del settore petrolifero. In tal senso gli ultimi due mesi sono stati contrassegnati da un aumento del 30% del prezzo di un barile di Petrolio WTI, quotato al Nymex di New York, fino a stabilizzarsi intorno a 60$ al barile. Il prezzo di un barile di Petrolio Brent è passato da 55$ al barile ai 65$ di oggi (vedi il grafico che segue della piattaforma eKuota).

Brent eKuota

Il merito di questo successo è attribuibile alla posizione long adottata dagli hedge funds che credono fortemente nel rilancio delle quotazioni petrolifere.
In conclusione, quali i pronostici per l’ormai prossimo vertice di giugno? L’unico credibile risulta essere l’obiettivo invariato di produzione di 30 milioni di barili al giorno a testimonianza del fatto che il petrolio non brilla più solo come ricchezza materiale al dito dei potenti ma si trova sfogliando tra gli asset finanziari fondamentali del loro portafoglio.

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About the Author

Marta Fracas

Marta Fracas è studentessa del Corso di Laurea in Economia Aziendale e Management all'Università Bocconi. Coltiva da sempre la passione per il giornalismo che ha portato avanti con la partecipazione attiva ai Giornali scolastici del Liceo e dell'Università. Nutre particolare ammirazione e interesse per la cultura e la lingua tedesca ed è incline a vivere esperienze internazionali. Per la sua voglia di sperimentare è alla continua ricerca di nuovi stimoli professionali e personali.

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