Il Capitale Umano

Marta Fracas Paesi

Infinite declinazioni presenta il concetto di valore. O meglio, è possibile legare il valore a qualsiasi cosa secondo piacimento, proprio per la preponderanza della componente soggettiva insita in tale parola. Attribuire valore a qualcosa ci viene insegnato, inculcato e trasmesso per cultura, altrimenti come si potrebbe usare come metodo di pagamento dei biglietti di carta colorati? Difficilmente si riesce a compiere lo sforzo di dare un’ interpretazione personale di ciò che potrebbe portare valore per noi ma che si distacchi dalla morale comune, perché il secondo aspetto del concetto di valore è l’essere indissolubilmente legato al giudizio altrui.

Provando a compiere uno sforzo di astrazione potremmo considerare l’opzione che il concetto di valore sia legato a quello di profughi. Il suono delle due parole accostate potrebbe apparentemente stonare e richiamare la sua ben nota antitesi: “i profughi sono fondi di emergenza, problemi, impiego di risorse finanziarie, causa di tutti i mali economici del Paese destinatario”.

Oppure potrebbero essere Capitale, lo stesso che viene usato per un aumento della quota che un generoso azionista concede all’azienda in cui ha investito, affinché proliferi e generi nel futuro nuovo profitto.
Traducendo il concetto in termini economici, si tratta di chiedersi quanto vale un uomo? Una domanda a cui è moralmente impossibile dare una risposta, ma che è verosimile declinare in quanto vale il reddito futuro medio di un uomo? Secondo alcune stime il valore attuale dei redditi futuri di una persona si aggira intorno ai 750.000 Euro. Ora parliamo di costi, in particolare dei costi per un corso di integrazione e di insegnamento di una professione. Si tratta di non più di 50.000 Euro a persona. Il margine ottenibile risulta evidente e come confermano le stime riportate dall’Istituto Tedesco per la Ricerca Economica (DIW): dopo i primi cinque anni di soggiorno un immigrato è in grado di guadagnare più di quanto sia costato allo Stato in termini di valore aggiunto e di produttività nonché diventa nuova fonte di domanda di consumo interno. Secondo Marcel Fratzscher, Presidente del DIW, inoltre, non si tratta solo di un mero apporto di valore statico, quanto di un vigoroso impulso dinamico, in grado finalmente di scuotere il processo di riforma.
Eppure tale prospettiva non è stata minimamente presa in considerazione da buona parte dei paesi europei, inducendo persino la Commissione Europea in settembre a concepire una proposta che prevedesse la possibilità di tenere le frontiere chiuse pagando una somma pari a una percentuale del proprio PIL. La clausola di “opt-out” monetizza nuovamente la vita umana, ma con il bizzarro risultato che non si pagherebbe per ottenere un beneficio quanto per perdere valore, quello che potrebbe apportare un nuovo essere umano.
All’inizio di quest’anno la Fondazione Bertelsmann, think tank tedesco, ha pubblicato uno studio per dimostrare come senza l’afflusso migratorio la Germania non potrebbe mantenere stabile il numero di occupati a 45 milioni. Si rischierebbe addirittura di incorrere in una perdita di 29 milioni di Euro da qui al 2050. Il numero di anziani cresce al contrario delle nascite: è interesse pubblico che tale squilibrio sociale venga bilanciato.
A sfatare i luoghi comuni concorrono in prima istanza i risultati economici dei paesi limitrofi alle zone di crisi: Libano, Turchia, Giordania nonostante l’ingente afflusso di profughi hanno mantenuto buoni tassi di crescita. In particolare secondo una stima della Banca mondiale il pil reale libanese è destinato a crescere quest’anno del 2,5%, il tasso più alto dal 2010. Un caso? Assolutamente no, quanto merito dello stimolo della domanda di servizi generato dal flusso di profughi siriani. In Turchia è stato rilevato che l’afflusso di profughi ha contribuito ad una riallocazione dei profili professionali, poiché il settore della manodopera e part-time è stato occupato dai nuovi arrivati mentre i lavoratori turchi si sono spostati sul settore formale, generando complessivamente un aumento del salario medio. In Giordania, allo stesso modo, non è stato finora registrato alcun aumento della disoccupazione poiché gli immigrati sono principalmente impiegati nel settore intensivo della manodopera, dove lavoravano pochi giordani.
Insomma si potrebbe dire che il valore sia questione di prospettive, ma certo è che paesi come la Germania fondano da secoli la propria sopravvivenza e benessere economico sul “capitale umano” immigrato, apportando ogni volta di più, senza accorgersene, nuova “ricchezza” a titolo gratuito.

 

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About the Author
Marta Fracas

Marta Fracas

Marta Fracas è studentessa del Corso di Laurea in Economia Aziendale e Management all'Università Bocconi. Coltiva da sempre la passione per il giornalismo che ha portato avanti con la partecipazione attiva ai Giornali scolastici del Liceo e dell'Università. Nutre particolare ammirazione e interesse per la cultura e la lingua tedesca ed è incline a vivere esperienze internazionali. Per la sua voglia di sperimentare è alla continua ricerca di nuovi stimoli professionali e personali.

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