Il benessere di un Paese dipende dal PIL?

Marta Fracas Paesi

Come si misura la felicità? E’ sufficiente un sorriso per scorgerla sul viso di una persona in carne ed ossa. Ma come sorride un Paese?
Nulla di più complicato visto che si tratta del sentimento “astratto” per eccellenza, impossibile da ingabbiare in una definizione unitaria, ma pregno di molteplici e multiformi accezioni.

Tutta questione di PIL?

La ricchezza non dà la felicità ma certo contribuisce, direbbe la maggioranza degli economisti. Quando dopo la crisi del’29 si è resa evidente la necessità di elaborare un indicatore che monitorasse l’andamento economico di un Paese. La Commissione incaricata dell’operazione da Roosvelt, “diede alla luce” il PIL. Tuttavia le critiche non si fecero attendere ed emersero addirittura dai suoi stessi creatori, tra cui Simon Kuznet, premio Nobel nel 1971. “Il Pil è una misura del reddito nazionale, e non un indicatore del benessere delle persone. Bisogna sempre tenere presente la differenza tra quantità e qualità della crescita, tra costi e guadagni, tra breve e lungo periodo”. Il celebre economista non riuscì a rassegnarsi a lasciare nelle mani del PIL le sorti della salute dell’economia e negli studi successivi elaborò la nota Curva di Kuznet, che mette in relazione il Pil pro capite e il livello di disuguaglianza di un Paese.
Qualche decennio dopo, 1968, iniziavano a farsi evidenti le prime crepe nel muro dell’infallibile Prodotto Interno Lordo.

Kennedy si pronunciò lapidario: “Il Pil misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. Il primo tentativo di ribalta risale agli anni ’70. Jigme Sigye Wangchuck, quarto Re Drago del Bhutan introdusse il FIL (Felicità Interna Lorda), ovvero una misura dei Valori (con la V maiuscola) all’interno dell’economia. In Occidente un timido riconoscimento alla felicità come parametro economico è arrivato solo nel 2009 dall’Istituto di Ricerca Statunitense Gallup, seguito due anni dopo dalla risoluzione adottata dalle Nazioni Unite “Happiness: Towards a Holistic Approach to Development” che ha battezzato il primo “World Happiness Report” redatto da un gruppo di docenti universitari indipendenti, tra cui spiccano gli economisti Jeffrey Sachs della Columbia University e Richard Lavard della London School of Economics. Si tratta di un rapporto mondiale sul livello di benessere di ogni Paese, nient’altro che la prima vera formula della felicità: L’interazione e l’andamento di sei fattori concorrono a determinare un’analisi sintetica che racchiude aspettativa di vita in buona salute, sostegno sociale, fiducia, libertà di scelta della propria vita, generosità e naturalmente il Pil pro capite. Naturalmente altri indicatori andrebbero considerati per ampliare e perfezionare lo studio, ma il successo di questo rapporto annuale rappresenta un’enorme passo avanti nello sviluppo di una nuova concezione economica sostenibile.
Quali i risultati quest’anno?

Ebbene la Danimarca è stata spodestata dal suo primo posto mai sottratto prima d’ora, dalla Svizzera. In generale i paesi nordici dominano i primi posti della classifica mentre altri come la Grecia hanno conseguito pessimi risultati pure in questo indice. I greci hanno perso ben 1,5 punti (su 10) rispetto al periodo pre-crisi, l’Italia, lo stesso, ha subito una perdita di 0,8 punti di felicità riuscendo tuttavia a mantenere il 50esimo posto nel ranking internazionale. Francia, Germania e Gran Bretagna si contendono a vicenda i primi 30 posti. La Spagna rimane invece sorprendentemente ancorata al 36esimo posto mentre la Grecia precipita al 102esimo tra Libano e Swaziland.
Ma su quali basi si fonda il successo clamoroso della Confederazione Elvetica?

Certo non si tratta solo della gioia legata ai fiumi di cioccolata prodotti.

Non è neppure questione di ricchezza. Come è stato dimostrato, oltre una certa soglia di ricchezza, i soldi non incrementano più il livello medio di felicità.

Il generale clima di ottimismo sembra legato alla sostanziale stabilità politica e monetaria, nonché all’efficienza della autorità pubbliche e in prima istanza alla tendenza generale svizzera a ricercare il compromesso e l’accordo comune.

Insomma tutta questione di capitale sociale!

Un concetto semplice ma costruito su solide basi comportamentali e sociali radicate. Sentimenti e atteggiamenti quali fiducia, onestà, appoggio reciproco sembrano vocaboli usciti da un manuale moralista o dalle fiabe per bambini, eppure secondo le più recenti teorie economiche sono in grado di determinare la sorte finanziaria di un Paese.

Jeffrey Sachs, economista e direttore dell’Earth Institute alla Columbia University, sostiene che “le società ad alto capitale sociale hanno performance migliori in termini di benessere soggettivo e di sviluppo economico“. La capacità di riprendersi dalle crisi economiche, dalle catastrofi naturali è strettamente legata all’abilità di adottare riforme condivise e instaurare un clima di solidale cooperazione comune.
Anche l’Europa ha recentemente mostrato una certa sensibilità per la questione con il programma “Oltre il Pil”, con cui intende arricchire l’analisi puramente quantitativa perseguita finora, con un set di indicatori di natura qualitativa per integrare le gravi lacune che non possono essere più nascoste sotto la parvenza di euforia che regala l’aumento di un decimo di punto percentuale di Pil.

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About the Author

Marta Fracas

Marta Fracas è studentessa del Corso di Laurea in Economia Aziendale e Management all'Università Bocconi. Coltiva da sempre la passione per il giornalismo che ha portato avanti con la partecipazione attiva ai Giornali scolastici del Liceo e dell'Università. Nutre particolare ammirazione e interesse per la cultura e la lingua tedesca ed è incline a vivere esperienze internazionali. Per la sua voglia di sperimentare è alla continua ricerca di nuovi stimoli professionali e personali.

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